Coordinamento Nazionale Immigrazione 4-5-6 marzo 2026

I giorni 4 – 5 – 6 abbiamo partecipato al Coordinamento Nazionale Immigrazione che si è tenuto a Roma alla sede di Caritas Italiana.

Ci è stato fatto un denso affondo sul Sahel e la pratica dei respingimenti a catena, un vero e proprio sistema di respingimento violento. Il Sahel è una vasta fascia geografica dell’Africa che si estende da ovest ad est, tra il deserto del Sahara e le savane dell’Africa subsahariana. In questi ultimi anni il Sahel è uno dei principali punti di partenza e di transito per le migrazioni verso il Nord Africa e l’Europa.

Le persone provenienti dal Sahel migrano per ragioni diverse: povertà, cambiamento climatico, conflitti armati, violenze di gruppi jihadisti o crisi politiche. Spesso attraversano il deserto per raggiungere la Libia o l’Algeria per poter arrivare nel Mediterraneo e poi in Europa.

È in questo contesto che si inserisce la pratica dei respingimenti a catena. Persone che vengono rimandate in contesti estremamente instabili e pericolosi per poi essere abbandonati in zone desertiche alle frontiere degli stati.

Siamo andati oltre l’immagine che vede l’Europa come fortezza. La vera frontiera si estende nel Sahara e nel Sahel, migliaia di Km al sud. Il Sahara è diventato un confine. Purtroppo, tutto questo voluto e finanziato dall’Europa.

Siamo chiamati a rendere visibile ciò che il sistema progetta di essere invisibile. Libia, Tunisia, Algeria e Niger fungono da frontiere estese. La Tunisia gioca un ruolo chiave come filtro mobile per le espulsioni, gestendo le espulsioni e la sorveglianza dei migranti in transito e influenzando le politiche migratorie. L’Algeria è l’hub regionale delle espulsioni. Il Niger è il terminale della catena. La Libia è il nucleo più violento e paradossale della macchina delle espulsioni.

Attraverso l’analisi geopolitica fatta da Oliviero Forti, la presentazione della politica europea di esternalizzazione delle frontiere fatta da Sara Prestianni di Euromed e la narrazione di storie di protagonisti fatta dalla giornalista di Missio Ilaria De Bonis, abbiamo preso atto di come il concetto d’invisibilità all’interno del fenomeno migratorio mette in luce l’erosione dei diritti e del riconoscimento che innumerevoli individui si trovano ad affrontare. Con lo spostamento continuo dei confini e la moltiplicazione delle misure di controllo, i migranti si trovano spesso in un limbo giuridico e sociale, spogliati di visibilità e senza voce. Questa invisibilità sistematica alimenta un ciclo di emarginazione e violenza, aggravando la crisi e oscurando il costo umano dietro le narrazioni geopolitiche. Le espulsioni a catena rappresentano una realtà complessa all’interno del regime di mobilità europeo.

Abbiamo fatto formazione con Oliviero Forti e Manuela De Marco sul nuovo Patto Europeo su asilo e immigrazione e sulla direttiva di accoglienza. A seguire abbiamo avuto un incontro con due rappresentanti del Ministero dell’Interno: la viceprefetta Ammendola e la viceprefetta Leone sul tema dell’implementazione del nuovo Patto Europeo.

Il Nuovo Patto europeo su migrazione e asilo è una riforma delle politiche migratorie dell’UE approvata nel 2024 e che diventerà pienamente applicabile da giugno 2026 in tutti i 27 Stati membri. L’obiettivo è creare regole uguali per tutti i paesi UE nella gestione delle domande di asilo e dei migranti. Il patto introduce controlli più rapidi e rigidi all’arrivo: redistribuzione dei migranti tra i paesi europei; identificazione immediata di chi entra irregolarmente (impronte, registrazione dati); screening iniziale entro pochi giorni per capire se la persona può chiedere asilo o deve essere rimpatriata; screening delle vulnerabilità; possibilità di trattenimento temporaneo nelle strutture di frontiera; decisioni più rapide sui rimpatri. Tutto ciò per disincentivare i movimenti secondari.

Ci sono varie criticità: il fatto che non ci sarebbe una redistribuzione dei migranti, visto che i paesi di prima accoglienza sarebbero comunque l’Italia, la Grecia e la Spagna; il patto introduce procedure accelerate di frontiera, durante le quali le persone possono restare in centri chiusi mentre la domanda viene esaminata, la detenzione sarebbe quasi automatica per molte persone e questo comporterebbe il rischio di violazioni dei diritti fondamentali; le procedure saranno troppo rapide per garantire un esame equo, i tempi saranno troppo brevi per verificare le vulnerabilità meno evidenti e questi tempi brevi possono impedire ai richiedenti di preparare bene la propria difesa o raccogliere prove; è forte il rischio di errori nelle decisioni e rimpatri ingiusti; potrebbe esserci un  aumento dei respingimenti, il patto rischia di rafforzare le politiche di respingimento alle frontiere esterne dell’UE, questo potrebbe portare a più accordi con paesi terzi per bloccare i migranti, pratiche come i respingimenti a catena che già si stanno verificando nel Sahel; costi elevati e burocrazia complessa, costruzione di nuovi centri di accoglienza alle frontiere, di infrastrutture per screening e detenzione. Tutto ciò dà poca attenzione alle cause delle migrazioni.

Alcune operatrici dell’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) ci hanno fatto formazione sui Ritorni volontari assistiti. Questi sono fatti in accordo con il Ministero dell’Interno italiano. Serve per aiutare cittadini stranieri non-UE che vogliono tornare volontariamente nel proprio Paese di origine quando non possono o non vogliono più restare in Italia. Il ritorno è volontario. Non è un’espulsione e normalmente non comporta divieto automatico di rientrare in Europa, ma dipende dalla situazione personale della persona.

È fondamentale rendere visibile l’invisibile, affrontare le retoriche dominanti e proporre alternative concrete. Solo attraverso una comprensione profonda e un’azione collettiva possiamo sfidare i paradigmi attuali e lavorare per un sistema di migrazione più giusto e umano.

Noi Caritas, nel nostro piccolo vogliamo continuare a fare la nostra parte!

Direttore Don Mimmo Leonetti

sr Rossella D’Aniello

Avv. Chiara Parisi